Letture: Jan Brokken – I Giusti

jan_brokken-i_giustiEsistono situazioni in cui l’acritica obbedienza si tramuta in muta complicità e quindi in peccato, mentre la disobbedienza diventa fonte di salvezza per se stessi e per gli altri. Una circostanza di questo tipo è stata vissuta praticamente in tutta Europa nel corso degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. La macchina di sterminio nazista, infatti, potè lavorare con spaventosa efficienza grazie al lavoro di una moltitudine di ingranaggi deferenti e non per il fanatismo di pochi esaltati. Allo stesso modo migliaia di individui furono salvati grazie al coraggio di chi, incapace di zittire la voce della propria coscienza, decise di disobbedire o, al limite, di aggirare norme e codicilli mettendo in gioco la propria vita. Il libro di oggi, l’ultimo di questo 2022 piuttosto turbolento, racconta le gesta di due di loro: Jan Zwartendijk e Chiune Sugihara.

Jan Brokken (1949), giornalista e scrittore olandese, è una vecchia conoscenza per i lettori di questo blog: in passato ho infatti recensito i suoi Anime Baltiche (qui ancora nel vecchio e confusionario formato collettivo) e Bagliori A San Pietroburgo. Non è nemmeno la sua ultima fatica, perchè nel lasso di tempo intercorso tra l’uscita del volume e la sua lettura da parte mia, l’autore ha sfornato un altro libro, L’Anima Delle Città, volume che conto di recuperare quanto prima.

La nostra storia si svolge nel 1940. L’Europa è sprofondata da qualche mese nell’incubo della Seconda Guerra Mondiale, la Polonia è stata invasa e spartita tra Germania e Unione Sovietica, mentre l’Armata Rossa sta per prendere il controllo dei tre Paesi baltici in ossequio alle clausole segrete del patto Molotov-Ribbentrop. A Kaunas, all’epoca capitale lituana, regna una strana atmosfera fatta di incertezza e di attesa, mentre tra i rifugiati ebrei fuggiti dai territori invasi dai nazisti iniziano a diffondersi sinistre voci.

In questo clima tutt’altro che allegro, Jan Zwartendijk, già responsabile della filiale lituana della Philips, viene nominato console onorario del Regno dei Paesi Bassi. Tra le sue prerogative c’è quella di rilasciare visti ed è così che il nostro protagonista inizia a firmare lasciapassare, dapprima a conoscenti e poi, con l’aggravarsi della situazione, a qualsiasi rifugiato ebreo si presenti alla sua porta. I salvacondotti, però, non sono validi per l’Olanda occupata dai nazisti, bensì per la remota e all’epoca semisconosciuta isola di Curaçao. L’unico modo per raggiungerla è attraversare l’intera Unione Sovietica, approdare in Giappone e da qui imbarcarsi verso l’America. Entra così in gioco il console nipponico Sugihara, il quale continua a firmare visti di transito fino all’ultimo momento prima della sua partenza verso il prossimo incarico diplomatico. Le autorità sovietiche, dati i documenti in uscita e vista la disponibilità delle associazioni ebraiche internazionali di pagare le spese per ogni singolo profugo, in poco tempo danno il benestare. 

Ad oggi risulta difficile stabilire con certezza in quanti si siano salvati da morte quasi certa —la comunità ebraica di Kaunas venne spazzata via nel 1941 — grazie all’intervento dei due diplomatici, ma siamo nell’ordine di svariate migliaia. Nonostante ciò, al termine del conflitto i nostri protagonisti andarono incontro alle conseguenze delle loro azioni: Zwartendijk, che era solo console onorario, subì una dura lavata di capo anni dopo gli eventi, mentre Sugihara venne definitivamente allontanato dal servizio diplomatico nipponico. La loro colpa, secondo i rispettivi governi, fu quella di aver aggirato le regole, prendendosi troppe libertà nel rilascio dei lasciapassare. Poco male, nessuno dei due provò il minimo pentimento per quanto fatto.

Brokken, con la sua narrazione in grado di conquistare il lettore, racconta questa storia incredibile seguendo il sottile filo rosso che da Rotterdam, città di origine del nostro protagonista, conduce fino al Giappone e da qui a Shanghai: è nella metropoli cinese, infatti, che le autorità nipponiche spostarono i rifugiati ebrei rimasti bloccati a Kobe dopo l’entrata in guerra del Sol Levante. Qui vennero trattati relativamente bene e sicuramente meglio rispetto ai cittadini britannici —a tal proposito consiglio la lettura de L’Impero Del Sole di Ballard — o americani arrestati a partire dal dicembre 1941. I Giusti è un volume tanto coinvolgente quanto impegnativo sul piano emotivo ed è senza ombra di dubbio uno dei lavori migliori dell’autore olandese.

 

Letture: Murakami Haruki – Underground

murakami-undergroundQuando a suo tempo ho recensito Abbandonare Un Gatto, avevo parlato di un Murakami inedito e per certi versi posso dire lo stesso di Underground. Se nel primo volume l’autore si apriva al lettore mettendo a nudo il suo lato più intimo e personale, nel libro in oggetto abbandona la finzione onirica per affrontare di petto un incubo, questa volta terribilmente reale: l’attentato alla metropolitana di Tokyo.

Il mattino del 20 marzo 1995, alcuni seguaci della setta Aum Shinrikyō rilasciarono del sarin, un agente nervino piuttosto potente,  all’interno di diversi convogli della metropolitana. Diffondendosi all’interno delle stazioni gremite di pendolari, il gas uccise tredici persone e ne intossicò oltre seimila, molte delle quali hanno continuato ad avere gravi problemi di salute anche negli anni successivi. L’evento provocò un vero e proprio shock nell’opinione pubblica giapponese, già scossa dalla devastazione provocata dal terremoto di Kobe (17 gennaio dello stesso anno), non solo perchè si trattò del più grave episodio di violenza a partire dal 1945, ma anche perchè la risposta delle autorità e dei servizi di emergenza si dimostrò tardiva e del tutto inefficace.

Underground nasce quasi per caso, dopo che l’autore si è ritrovato tra le mani una rivista contenente la lettera scritta dalla moglie di un uomo che, a causa delle conseguenze dell’intossicazione da sarin, aveva perso il lavoro. Niente più che uno sfogo, ma sufficiente a turbare Murakami: quello descritto dalla donna era un caso isolato oppure no? E in generale cosa provavano le vittime? Covavano un desiderio di vendetta o preferivano dimenticare per tornare il prima possibile ad avere una vita normale? Per rispondere a queste domande, nel corso di tutto il 1996 l’autore ha incontrato ed intervistato vittime e parenti dei defunti. Impresa tutt’altro che facile, sia per il timore di possibile ritorsioni da parte degli adepti di Aum, sia per una certa ritrosia nel rinvangare gli eventi dolorosi che fa parte della cultura nipponica, oltre alle pressioni da parte dei datori di lavoro e delle famiglie: non deve quindi sorprendere se l’autore è dovuto ricorrere in più di una occasione a nomi di fantasia per tutelare gli intervistati.

Ne risulta un quadro incredibilmente sfaccettato —non potrebbe essere diversamente visto che si tratta di un affresco corale —capace di mostrare aspetti “profondi” della cultura e della società giapponese: il senso del dovere e del sacrificio dei dipendenti della metropolitana e una cultura del lavoro a dir poco tossica, con buona parte degli intervistati che si sono recati a lavoro nonostante evidenti sintomi di intossicazione.

Nella seconda parte del volume, in origine pubblicata nel 1997 sulle pagine della rivista Bungei Shunjū, Murakami si è proposto di indagare sulla natura del culto Aum, andando ad intervistare (ex) adepti dello stesso. Incalzando gli intervistati e mettendone in rilievo le contraddizioni, l’autore traccia un ritratto inclemente della setta. Un ambiente tossico, in cui manipolazione e abusi fisici e psicologici erano all’ordine del giorno al fine di piegare la volontà dei seguaci e uniformarla ai desideri del leader Shoko Asahara. Altrettanto impietoso, però, è anche il giudizio della società giapponese, del suo rigido inquadramento e della sua incapacità di gestire e tutelare tutti coloro che abbandonano, spesso a causa dell’eccessiva pressione sociale, la “retta via”. Persone che spesso finiscono per trovare conforto proprio nel mondo delle sette.

Underground non è una lettura semplice, anche perchè si tratta di un libro abbastanza voluminoso — cinquecento pagine circa — che ruota interamente intorno ad un singolo fatto. Rileggere più e più volte lo svolgimento di certe dinamiche, seppur attraverso punti di vista differenti, è stato abbastanza pesante. Al tempo stesso, però, ho apprezzato la capacità dell’autore di suscitare svariati interrogativi nella mia mente di lettore: cosa avrei fatto se mi fossi trovato lì in quel momento? Cosa potrebbe succedermi se cascassi nella tela di una setta come Aum? Consiglio il libro ai completisti di Murakami e a chi è interessato a saperne di più sull’attentato del 1995.

Letture: Masaharu Anesaki – La Vita Religiosa Del Popolo Giapponese

masaharu_anesaki-la_vita_religiosa_del_popolo_giapponeseIl Giappone è un paese incredibilmente complesso e sfaccettato, segnato da profonde contraddizioni e da sincretismi tanto unici quanto singolari, con esiti talvolta difficilmente comprensibili per noi occidentali. Tale sincretismo si manifesta soprattutto in ambito religioso, dove la coesistenza, non sempre pacifica a dire il vero, tra dottrine diverse nel corso dei secoli ha contribuito a plasmare l’identità giapponese. L’argomento è di per sé alquanto complesso e per essere approfondito richiede una discreta conoscenza delle filosofie e delle religioni orientali. La Vita Religiosa Del Popolo Giapponese riesce a mio avviso nell’arduo compito di fornire una solida base di partenza attraverso un linguaggio semplice e alla portata di tutti.

Masaharu Anesaki (1873-1949) è stato professore di storia delle religioni a Kyoto e ad Harvard, in qualità di professore invitato. Riconosciuto come il padre dello studio delle religioni in Giappone, fu il primo studioso ad applicare il metodo storico-comparativo alla disciplina. Il libro in questione, mettendo a confronto shintoismo, confucianesimo, buddhismo e cristianesimo, ripercorrendone la diffusione e lo sviluppo nel corso del tempo, rappresenta un ottimo esempio di tale metodologia.

Nel XIII secolo il Principe Shotoku paragonò i differenti sistemi religioso-morali all’epoca coesistenti in Giappone ad un albero: lo shinto rappresentava le radici, gli insegnamenti di Confucio il tronco ed i rami, mentre il buddhismo i fiori ed i frutti. L’autore affronta ognuno dei temi in questo ordine, aggiungendo un capitolo dedicato al cristianesimo, che sarebbe giunto nell’arcipelago solamente diversi secoli dopo la morte del nobile.

Lo shinto è la religione indigena del Giappone e mantiene ancora oggi dei tratti inequivocabilmente animisti. Nella concezione shintoista del mondo, gli spiriti divini o kami albergano all’interno di ogni oggetto, dai fiumi alle montagne, e di ogni essere vivente. È anche grazie a questo che il folklore nipponico è popolato da un fitto sottobosco di yōkai, spiriti ed apparizioni dall’aspetto e dagli attributi più disparati. Nel corso della Restaurazione Meiji divenne inoltre uno dei puntelli ideologici su cui si legittimava il potere dell’Imperatore.

Giunto dalla Cina a partire dal VII secolo, il confucianesimo contribuì a plasmare la condotta morale della popolazione nipponica, in particolar modo per quanto riguarda l’importanza della pietà filiale nei confronti dei genitori. Sul rapporto tra genitori e figli si basava, poi, quello tra Imperatore e sudditi. Non deve quindi stupire se il Rescritto sull’Educazione del 1890 si basa in massima parte su concetti di origine confuciana.

Originario dell’India e giunto nella terra del Sol Levante attraverso la Cina, al buddhismo è dedicato lo spazio più ampio all’interno del volume e non soltanto perchè Masaharu Anesaki fu seguace della setta Nichiren. In terra nipponica gli insegnamenti di Siddharta Gautama trovarono terreno fertile, evolvendosi in modo autonomo e dando vita ad esiti originali incarnati nella miriade di correnti, come la già citata Nichiren, la Terra Pura o lo Zen, che contraddistinguono e rendono unico il buddhismo giapponese. Particolarmente importante fu il suo impatto sul mondo della cultura, dell’arte e dell’estetica, basti pensare a come la cerimonia del tè o l’ikebana siano manifestazioni dei principi Zen.

Il Cristianesimo è dal punto di vista cronologico l’ultima religione ad essere approdata in Giappone, almeno per quanto riguarda quelle più praticate. Diffusasi a partire dal XVI secolo, bandita e ferocemente repressa durante lo shogunato Tokugawa ed infine nuovamente permessa a partire dal periodo Meiji — a queste vicende ho dedicato un articolo — la fede in Cristo è riuscita a lasciare una certa impronta nella società nipponica, nonostante il numero relativamente esiguo dei credenti.

Il volume ha un unico, grande difetto, ovvero la sua età. Scritto in origine nel 1936, rivisto nel 1938 ed aggiornato nel 1961 da Hideo Kishimoto, genero ed allievo dell’autore, il libro non copre gli sviluppi degli ultimi decenni con la diffusione dei cosiddetti “nuovi movimenti religiosi”. Queste forme di religiosità si basano su nuovi approcci alla fede e alla spiritualità e in terra nipponica sono rimaste indissolubilmente legate alla cronaca nera. La setta Aum Shinrikyō fu infatti responsabile di un tragico attentato nel 1995: il rilascio di un gas nervino all’interno di una stazione della metropolitana di Tokyo uccise tredici persone e ne intossicò diverse migliaia.

Masaharu Anesaki riesce comunque nell’impresa di tracciare i principi cardine di ognuna di queste religioni — uso questo termine in senso lato, ben conscio del fatto che tanto il buddhismo quanto il confucianesimo siano più sistemi filosofici che religioni in senso stretto — e lo fa con uno stile asciutto ed un lessico incredibilmente semplice, accessibile a chiunque. A mio avviso La Vita Religiosa Del Popolo Giapponese è un lavoro prezioso, al netto dei suoi limiti, utile a chiunque voglia iniziare ad approfondire l’argomento attraverso un volume di facile lettura.

Letture: Peter Hopkirk – Diavoli Stranieri Sulla Via Della Seta

Peter_Hopkirk-Diavoli_Stranieri_sulla_via_della_setaIl nome di Peter Hopkirk (1930-2014) rimarrà indissolubilmente legato al suo libro più celebre, Il Grande Gioco, il racconto del confronto tra Russia e Gran Bretagna per il controllo dell’Asia Centrale. Corrispondente per il Times ed il Daily Express, l’autore britannico ha dedicato gran parte delle sue opere ai rapporti tra le potenze europee in quell’enorme territorio compreso tra le ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, la Cina occidentale, l’Afghanistan e le estreme propaggini settentrionali di India e Pakistan. Diavoli Stranieri Sulla Via Della Seta non fa eccezione, raccontando quella che senza remore si può definire come la più sistematica campagna di saccheggio archeologico del Novecento: le spedizioni europee e giapponesi nel Taklamakan.

Circondato da alte catene montuose su tre lati e chiuso ad est dall’inospitale deserto del Gobi, il deserto del Taklamakan è stato fino ad un periodo relativamente recente uno degli ultimi luoghi inaccessibili — e quindi inesplorati — sulla Terra. Nonostante questa premessa, lungo i suoi margini settentrionali e meridionali, nelle poche oasi e sulle rive degli affluenti del Tarim, si sviluppò una serie di empori commerciali integrati in quella che oggi conosciamo come Via Della Seta. In epoca ancora più remota la regione, che oggi conosciamo come Xinjiang e che un tempo era nota come Serindia, Turkestan Orientale o Cinese, fu culla di una civiltà buddhista dai caratteri unici, nati dalla fusione dell’eredità greco-indiana di Gandhara con gli influssi provenienti dalla Cina.

I capricciosi corsi d’acqua, con i loro repentini ed imprevedibili cambiamenti di percorso, ed altri fattori più squisitamente umani causarono il progressivo abbandono di alcuni di questi centri. Celate alla vista e ricordate soltanto nelle leggende, le città scomparse del Taklamakan rimasero sepolte sotto la sabbia del deserto sino alla fine del XIX secolo, quando diversi resoconti, relativi a misteriose rovine e ancora più misteriosi manoscritti vergati in caratteri sconosciuti, raggiunsero i centri di potere britannici nella vicina India.

Ne scaturì una vera e propria corsa al manoscritto, alimentata dalla crescente richiesta di collezionisti e studiosi interessati a carpire i segreti contenuti nei testi, ma il vero punto di svolta furono due spedizioni guidate dall’esploratore svedese Sven Hedin, rispettivamente nel 1895 e nel 1899. Nel corso della prima Hedin riuscì ad attraversare il deserto lontano dalle carovaniere e dai corsi d’acqua, mentre nella seconda si imbatte per puro caso nelle rovine di Loulan, avamposto cinese sulle rive del Lop Nur. Ciò dimostrava che le città perdute del deserto non appartenevano soltanto al regno della fantasia e che era possibile organizzare spedizioni archeologiche di lunga durata.

A partire da quel momento spedizioni inglesi, francesi, tedesche, russe, americane e addirittura giapponesi iniziarono a percorrere in lungo e in largo lo Xinjiang e la vicina provincia di Gansu. Il risultato fu la sistematica spoliazione di qualsiasi reperto potesse essere trasportato fuori dalla regione. Migliaia di manoscritti — tra cui quelli contenuti Grotte dei Mille Buddha di Dunhuang, letteralmente svuotate del loro contenuto da Aurel Stein e Paul Pelliot — statue, affreschi ed altri reperti furono caricati in casse e trasportati fuori dalla regione. Questo finché negli anni Trenta il governo cinese non intervenì con fermezza impedendo ulteriori accessi agli occidentali, ma a quel punto non restava poi molto da proteggere.

Hopkirk racconta con maestria quella che è stata sia la grande epopea dell’esplorazione di una delle ultime terre incognite, ma anche una delle tante, troppe umiliazioni che le potenze occidentali infersero alla Cina. Accattivante e avvincente più di tanti romanzi, Diavoli Stranieri Sulla Via Della Seta è un volume capace di tenere incollato il lettore invitandolo a riflettere su questioni che oggi diamo per scontate, ma che non lo erano nel 1980, anno di pubblicazione del libro: come sono nate alcune collezioni museali? E ancora, quale è la linea sottile che separa il legittimo interesse alla preservazione dalla prepotenza e dal furto? L’autore affronta la faccenda in modo estremamente laico, lasciando a chi legge l’arduo compito di decidere: se è vero che alcuni siti archeologici andarono irrimediabilmente perduti a causa dei terremoti e delle intemperie, lo è anche il fatto che gli affreschi trasportati da Le Coq a Berlino furono ridotti in briciole dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale; senza contare che moltissimi manufatti giacciono nei magazzini, quando potrebbero essere restituiti alla Cina ed esposti al pubblico. Voi come la pensate?

Letture: Pietro Regazzoni – Quando Passa Il Treno

pietro_regazzoni_quando_passa_il_trenoIn quanto a letture sono una persona piuttosto semplice e lineare: vado in libreria, vedo un resoconto di viaggio sull’Asia Centrale o sull’Estremo Oriente, lo compro di getto e lo divoro alla prima occasione utile. Questa successione di eventi si è puntualmente verificata sia quando ho incrociato una copia di Sovietistan (che ho recensito qui) alla Feltrinelli di Firenze, sia quando dal mio libraio di fiducia — scusami se ti ho tradito con una grande catena, ma sono un lettore di facili costumi — mi sono imbattuto in Quando Passa Il Treno.

Il lecchese Pietro Regazzoni, laureato in Economia e ricercatore a Milano e Bruxelles, è un classe 1997 e questo lo rende, sempre che la memoria non mi inganni, l’autore più giovane che recensisco. Nel 2019, prima che il Covid rendesse utopico viaggiare, il Nostro ha affrontato in solitaria l’impegnativo tragitto tra Mosca e Pechino attraverso la Transiberiana e la Transmongolica, tratta ferroviaria che da Ulan-Ude, capitale della Buriazia, uno dei soggetti federali della Federazione Russa, si snoda tra le immensità della steppa mongola e del Gobi fino a raggiungere la capitale cinese. Un viaggio lungo migliaia di chilometri suddiviso in diverse tappe, da Ekaterinburg, città in cui venne fucilato Nicola II insieme alla sua famiglia, a Xi’an, località divenuta celebre in tutto il mondo dopo il ritrovamento dell’armata di terracotta. A dominare su tutto è però la Mongolia, terra in cui l’autore ha potuto vivere a stretto contatto con la popolazione locale, osservando da vicino la vita dei pastori nomadi.

Quando Passa Il Treno è un volume agile, che gode di uno stile di scrittura fresco e leggero, una lettura ideale per rigenerarsi dopo una lunga e sfiancante giornata di lavoro. Un testo scevro da intellettualismi, in cui le nozioni sono ridotte all’osso ed inserite solo dove sono realmente necessarie. A dominare le pagine sono le riflessioni dell’autore e gli incontri casuali lungo la strada, che anche un contatto fugace in treno o in ostello può lasciare una traccia profonda. Il risultato è un racconto di viaggio estremamente personale, che si lascia leggere con disarmante facilità, corredato da diverse foto dell’autore stesso. Consigliatissimo.

Letture: Erika Fatland – Sovietistan

Erika_Fatland-SovietistanL’Asia Centrale, terra misteriosa che nel corso dell’Ottocento fu oggetto di accesa disputa tra corona britannica e Russia zarista, in quello che Rudyard Kipling ribattezzò Grande Gioco, è la mia croce e delizia. Da anni vado avanti progettando ipotetici viaggi nell’area, avventure che rimangono sulla carta vuoi per mancanza di denaro, vuoi di tempo, vuoi per le restrizioni dovute ad una pandemia che negli ultimi due anni ha sconvolto le nostre esistenze. Nulla però mi vieta di fantasticare leggendo i resoconti di viaggio altrui ed il libro di questo mese di spunti me ne ha dati forse anche troppi.

Erika Fatland (1983) ha una formazione come antropologa sociale ed il suo background formativo è ben evidente anche nei suoi libri. Sovietistan, che come suggerisce il titolo è un reportage incentrato sulle cinque repubbliche nate nel 1991 dalle macerie dell’edificio sovietico, è il suo primo libro ad essere stato tradotto in italiano nel 2017 ed è stato seguito nel 2019 da La Frontiera, un viaggio attraverso i paesi confinanti con la Federazione Russa, e nel 2021 da La Vita In Alto, una avventura attraverso l’Himalaya.

Paesi relativamente giovani, i cinque “stan” — Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan — sono anche terre di profonde contraddizioni, rese ancora più stridenti dalla ricerca di una propria identità. Il comune passato sovietico ha lasciato in eredità frontiere tracciate arbitrariamente senza tenere in conto la geografia umana ed un mosaico etnografico derivato dai trasferimenti di massa di epoca staliniana: ne derivano confini impossibilmente complicati come nella Valle di Fergana e tensioni etniche latenti che spesso liberano fiammate di violenza indiscriminata come nel 2010 a Osh, in Kirghizistan.

Le oltre cinquecento pagine di Sovietistan sono una sorta di pendolo in continua oscillazione tra estremi. Alla ricchezza del sottosuolo, che si riflette nello sfarzo di capitali come Nursultan o Ashgabat, si contrappone spesso una diffusa povertà. La corruzione endemica e una gestione cleptocratica dell’economia da parte di clan familiari, a volte al potere sin dall’indipendenza, impediscono la redistribuzione delle risorse tra la popolazione, che viene tenuta a bada da un ben oliato sistema repressivo. Monumenti alla follia dell’uomo, come le sabbie tossiche del fu Lago d’Aral o dell’ex poligono nucleare di Semey, città in cui ai tempi dello zar fu confinato nientemeno che Dostoevskij, convivono con paradisi naturali come i picchi innevati del Pamir o i grandi parchi naturali kazaki.

L’autrice, da buona antropologa, dedica ampio spazio ai racconti delle persone che ha incontrato, svelando un mondo in cui modernità e tradizione cercano di convivere. Viaggia nelle più sperdute valli tagike alla ricerca della lingua yaghnobi, derivata dall’antico sogdiano; scova minoranza tedescofone, discendenti dei deportati da Stalin; si confronta con lo sfogo della minoranza russa in Kazakistan, vera e propria spada di Damocle che pende sul capo di un paese che sta lentamente cercando di scrollarsi di dosso l’ingombrante vicino settentrionale; incontra archeologi intenti a studiare il passato sepolto nella sabbia turkmena; raccoglie le preziose testimonianze delle spose kirghize rapite, vittime di una tradizione che non è una tradizione.

Il difetto più grande del volume, comune a tutti i reportage di viaggio, è il suo essere invecchiato abbastanza in fretta. Le parole sono ancorate alla carta stampata e ciò che rimane sulla pagine è una immagine cristallizzata nel tempo. Il mondo, però, è in perpetuo movimento ed insieme ad esso mutano le società e le loro strutture di potere: dal 2014 — anno della prima edizione norvegese — ad oggi, infatti, Nursultan Nazarbayev non è più alla guida del Kazakistan — almeno ufficialmente, poi che tenga le redini del potere da dietro le quinte è un altro discorso — così come Gurbanguly Berdimuhamedow non è più presidente del Turkmenistan, dopo aver ceduto le redini a suo figlio Serdar.

Al netto di questa considerazione, piuttosto scontata a dire il vero, Sovietistan rimane un buon resoconto di viaggio. Con uno stile di scrittura frizzante, che riflette la giovane età dell’autrice, risulta essere una lettura scorrevole e piacevole, ricca di sfaccettature e di informazioni. Se non vi spaventano i testi corposi, se siete in astinenza da viaggio, se siete fissati con la regione in questione, allora questo è il libro che fa per voi.

Il Giappone del primo periodo Shōwa tra democrazia e autoritarismo

Hirohito

L’imperatore Hirohito Fonte Wikimedia Commons

Il periodo Shōwa (1926-1989), coincidente con il regno dell’imperatore Hirohito, è senza dubbio uno dei periodi più complessi — e quindi interessanti — della recente storia giapponese. Nel corso di questi oltre sei decenni, che diventano quasi sette se prendiamo in considerazione anche i cinque anni di reggenza in coda al periodo Taishō, il paese asiatico oscillò tra periodi di forte crescita e profonde crisi economiche, politiche e sociali, visse l’orrore di una peculiare forma di totalitarismo militarista e gli sconvolgimenti del secondo conflitto mondiale per poi risorgere, letteralmente, dalle proprie ceneri e diventare una delle maggiori economie. Va da sé che un periodo di questo tipo non può essere affrontato in maniera esaustiva in un singolo post, per cui in questa occasione mi limiterò a tracciare un quadro dei primi primi anni, a mio avviso fondamentali per comprendere la deriva totalitaria degli anni Trenta.

Hirohito divenne imperatore alla morte del padre, il 25 dicembre 1926, a soli venticinque anni. Le condizioni di salute sempre più precarie del suo predecessore, avevano però reso necessaria la sua nomina a reggente sin da novembre 1921: nonostante la giovane età, il nuovo sovrano aveva quindi già una solida esperienza di governo. Il suo carattere schivo ed una naturale tendenza all’isolamento lo rendevano incredibilmente adatto ad impersonare un sovrano divino, ma al tempo stesso gli impedivano di comprendere le condizioni di vita dei suoi sudditi. Questo, unito ad una certa ambiguità della carta costituzionale circa il ruolo imperiale nella struttura dello Stato, ebbe importanti conseguenze negli anni a venire.

L’economia giapponese aveva goduto di diversi benefici a partire dallo scoppio della Grande Guerra. L’industria chimica e pesante nipponica aveva approfittato del blocco navale ai danni degli Imperi Centrali per occupare le nicchie di mercato dei competitori tedeschi, mentre il comparto tessile era trainato dalla crescente domanda statunitense. Nel complesso la produzione industriale quintuplicò, mentre le esportazioni triplicarono.

Contestualmente la crescente offerta di posti di lavoro nelle fabbriche e nel terziario — è proprio in questo periodo che nasce la figura del salaryman — accelerò il processo di inurbamento iniziato durante la modernizzazione di epoca Meiji. Se nel 1895 soltanto il 12% dei giapponesi viveva in centri urbani con più di diecimila abitanti, a metà degli anni Trenta la percentuale era salita al 45%.

L’abbandono delle campagne era causato anche dalla stagnazione che faceva arrancare l’intero settore agricolo. Oltre ad una cronica mancanza di investimenti, in quanto i proprietari terrieri preferivano reinvestire le loro rendite nei ben più redditizi titoli finanziari, i fittavoli dovevano fronteggiare canoni di affitto elevatissimi: il sistema fiscale dell’epoca, infatti, penalizzava la proprietà fondiaria con imposte particolarmente salate ed i proprietari si rifacevano così sui contadini. Nonostante ciò per un certo periodo essi poterono beneficiare di un forte rincaro del riso: il prezzo all’ingrosso per koku — il quantitativo di riso necessario a nutrire una persona per un anno, circa centocinquanta chili — triplicò, passando da 14 a 44 yen.

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Yokohama dopo il terremoto. Fonte: Yokohama Central Library via Wikimedia Commons

La fine del conflitto pose fine a questa congiuntura favorevole. A partire dal 1920 si susseguirono una serie di crisi economiche e finanziarie, la più grave delle quali si verificò nel 1927. Il forte indebitamento delle aziende, aggravato dal devastante terremoto del Kantō (1 settembre 1923) che colpì l’area con la più alta concentrazione di attività produttive del paese, aveva lasciato scoperti i libri contabili di numerosi istituti bancari. Per evitare il collasso finanziario il governo autorizzò la Banca del Giappone a farsi carico delle cambiali relative ad attività colpite dal sisma, impegnandosi a risarcire eventuali perdite fino ad un massimo di 100 milioni di yen. Le banche, tuttavia, ne approfittarono per inserire anche altre cambiali: entro la fine dell’anno fiscale le richieste di pagamento raggiunsero la stratosferica cifra di 430 milioni, pari ad un terzo dell’intero bilancio statale. In particolare la sola Banca di Taiwan risultava scoperta per 100 milioni.

Nel marzo del 1927 risultavano ancora insoluti importi per circa 270 milioni. Il governo tentò alcune azioni per concludere definitivamente la faccenda, ma la rivalità tra i partiti trascinò la discussione troppo a lungo, contribuendo a far scoppiare il panico tra i risparmiatori. La corsa agli sportelli causò il fallimento di decine di istituti bancari di piccole e medie dimensioni. Il numero di banche private attive sul territorio nipponico passò da 1417 a 779, con cinque istituti di credito a detenere da soli un quarto dell’intero capitale bancario del paese. Il potere economico finì quindi per concentrarsi nelle mani di un pugno di zaibatsu, i grandi conglomerati a guida familiare la cui attività ramificata toccava settori diversissimi tra loro, che iniziarono ad esercitare una crescente influenza sul potere politico.

Come se ciò non bastasse, sul finire del decennio il prezzo del riso subì un crollo, toccando nel 1930 il valore di 18 yen per koku. I fittavoli si trovarono in crescente difficoltà, ricorrendo in misura sempre maggiore all’indebitamento per far fronte all’affitto delle terre. È stato calcolato che tra 1926 e 1931 l’indice monetario rurale passò da 100 a 33, con un calo più che doppio rispetto ai redditi urbani. Detto in termini più prosaici, gli spettri della miseria e della fame aleggiavano sulle campagne.

La crisi economica ed una generalizzata sfiducia nei confronti della classe politica crearono le condizioni ideali al proliferare dell’estremismo politico. In particolare fu l’esercito, i cui ranghi erano composti soprattutto da uomini provenienti da ambienti rurali, a divenire catalizzatore del malcontento. Nel giugno 1928 si verificò il primo di una lunga serie di “incidenti” che videro coinvolti i militari. Alcuni elementi dell’armata del Kwantung, di stanza a Port Arthur, fecero esplodere il treno su cui viaggiava il signore della guerra cinese Zhang Zuolin. I cospiratori incolparono dell’accaduto dei banditi cinesi, nella speranza di sfruttare l’accaduto come giustificazione per un intervento armato in Manciuria. Il complotto venne smascherato grazie all’intervento di una fazione più moderata, ma i responsabili furono puniti solo il modo simbolico: la mancanza di provvedimenti disciplinari fu gravida di conseguenze negli anni a venire.

Più in generale gli ambienti reazionari nipponici vedevano il paese ed i suoi valori tradizionali minacciati tanto dalla Russia bolscevica quanto dall’asse anglo-americano. Emblematici in questo senso gli scritti di Konoe Funimaro, che invitava i contemporanei a diffidare dei valori democratici e umanitari portati avanti dalle potenze occidentali: questi altro non erano che pretesti per portare avanti tendenze egemoniche e per negare al Giappone il proprio ruolo di potenza asiatica. Si venne quindi a creare una pericolosa saldatura tra gli ambienti nazionalisti e quelli delle organizzazioni panasiatiste più radicali, che da tempo accarezzavano l’idea di una decisa espansione territoriale sul continente. Altrettanto interessanti e forse anche più influenti furono le opere di Kita Ikki. Costui fece propri diversi argomenti del discorso marxista, come la critica al capitalismo, rigettando però il concetto di lotta di classe. Ad essa contrapponeva la necessità di ricompattare la nazione sotto la guida dell’imperatore che, come centro spirituale, avrebbe guidato il Giappone nel compimento della sua missione storica di liberatore dei popoli asiatici oppressi dal giogo dell’imperialismo occidentale.

Osugi_Sakae_1920

Ōsugi Sakae nel 1920. Fonte Wikimedia Commos

A sinistra la situazione era molto più frammentaria. Il movimento anarchico aveva subito un duro colpo dopo il terremoto del Kantō, con l’uccisione da parte della polizia del leader anarco-sindacalista Ōsugi Sakae e della sua compagna Noe Itō. La repressione colpì anche i socialisti, sebbene le correnti moderate furono relativamente tollerate, ed i comunisti. Questi ultimi si erano dotati di una struttura clandestina e operavano seguendo una strategia che ricalcava quella del “fronte unito” adottata dal Partito Comunista Cinese: posto che il Giappone si trovava ancora in condizioni semifeudali, occorreva collaborare con tutte le forze progressiste al fine di lanciare una rivoluzione borghese come primo passo verso la costruzione del socialismo. Anche per questo, in occasione delle prime elezioni a suffragio universale maschile (1925), i comunisti appoggiarono il Rōnōtō, il più radicale tra i partiti proletari. Le autorità reagirono mettendo al bando il Rōnōtō e lanciando una vasta campagna di arresti ai danni della rete comunista, tanto che entro il 1929 quasi tutti i dirigenti finirono in galera.

In risposta ai fermenti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra, il Giappone si dotò di un crescente arsenale di strumenti repressivi. Sin dal 1925 era stata approvata una legge, applicata per la prima volta proprio contro i comunisti, che puniva col carcere il promuovere qualsiasi cambiamento nella struttura politica nazionale. Poco dopo un decreto imperiale d’urgenza modificò il testo, introducendo la pena capitale nei casi più gravi. A partire dal 1928 venne rafforzato anche l’apparato investigativo, con l’istituzione in ogni prefettura di una sezione della Polizia superiore speciale (Tokkō), il cui compito era proprio quello di indagare sulle attività sovversive. In contemporanea venne creata la figura dei shisō kenji, i “procuratori del pensiero” specializzati nei reati ideologici. 

Alla repressione si affiancò una capillare struttura di indottrinamento. Nel 1925 era stato approvato un programma di addestramento militare obbligatorio per tutti gli studenti delle scuole medie e superiori, mentre l’anno successivo era stata creata una rete di “centri di addestramento della gioventù” aperti a tutti coloro in possesso della sola licenza elementare: oltre alle nozioni militari ai cittadini venivano impartire lezioni per “elevare” le loro capacità. Analogamente si istituirono federazioni giovanili sia maschili che femminili. Lo scopo, piuttosto evidente, era quello di imporre la propria egemonia culturale e dotarsi di uno strumento efficace per mobilitare la popolazione: questi elementi giocarono un ruolo fondamentale negli anni Trenta e ancora di più nel decennio successivo; la fragile democrazia Taishō aveva ormai i giorni contati, ma di questo parlerò un’altra volta.

 

BIBLIOGRAFIA

K. G. Henshall, Storia del Giappone, Milano, Arnoldo Mondadori, 2016

R. H. P. Mason, J. G. Caiger, A History of Japan, Rutland, Tuttle Publishing, 1997

A. Revelant, Il Giappone moderno dall’Ottocento al 1945, Torino, Einaudi, 2018

Letture: Anthony Everitt – Alessandro Magno

anthony_everitt_alessandro_magnoQuello di Alessandro Magno è un nome che, anche ad oltre duemila anni dalla sua morte, non ha bisogno di grandi presentazioni. Il giovane sovrano macedone, protagonista di una delle più grandi imprese belliche nella storia dell’umanità, ha saputo ammaliare generazioni di autori in ogni luogo e in ogni epoca: nel corso dei secoli ciò si è tradotto in una mole incredibile di testi, da le Vite Parallele di Plutarco alla trilogia di romanzi — Aléxandros — di Valerio Massimo Manfredi, fino addirittura agli anime giapponesi.

Personalmente tendo ad essere molto diffidente nei confronti di chi scrive di Storia senza avere una formazione da storico. Il lavoro di Anthony Everitt (1940), tuttavia, rientra nella categoria delle piacevoli eccezioni. L’autore britannico, docente di arti dello spettacolo e arti visive alla Nottingham Trent University e già segretario generale del Consiglio delle Arti della Gran Bretagna, sin dalle prime pagine della prefazione pone il lettore davanti ad un problema: il racconto delle vite e delle gesta dei grandi del passato passa quasi inevitabilmente attraverso il filtro dei valori dello scrivente e dell’epoca in cui egli vive. Everitt, pur non sottraendosi a questo bias, si pone l’ambizioso obiettivo di interpretare e valutare Alessandro secondo i criteri del suo tempo, cercando di comprendere piuttosto che osannare o condannare.

Una biografia su Alessandro Magno non può prescindere dallo spendere qualche parola su suo padre. Filippo II fu infatti l’artefice del successo del figlio, attraverso le riforme militari che portarono alla nascita della falange e all’espansione territoriale che assicurò al regno di Macedonia la supremazia sull’Ellade. L’autore dedica ampio spazio alla figura di Filippo, alla sua abilità sul campo di battaglia e al tavolo delle trattative diplomatiche, ma anche ai complicati rapporti con il figlio e con la moglie Olimpiade. Il risultato è un ritratto vivido e sfaccettato della corte macedone e dei suoi intrighi.

La figura di Alessandro è affrontata allo stesso modo. Analizzando le fonti antiche e confrontandole tra di loro, Everitt prova a mettere a nudo la personalità del sovrano, non esitando a mettere in luce anche quei lati oscuri messi in ombra dal mito: che si tratti della distruzione di Tebe e Persepoli, oppure dell’uccisione del fedele Clito il Nero, l’autore cerca di approfondire, si pone domande e prova a capire le ragioni profonde di questi gesti, che spesso ci appaiono incomprensibili. Alessandro ci viene descritto nella sua dimensione di essere umano, certo forse un po’ speciale visto che si trattava di un re e di un condottiero, con tutte le sue sfaccettature e complessità.

Alessandro Magno è un volume che pur essendo incredibilmente dettagliato e approfondito riesce ad essere agile e accattivante come un romanzo. Un esempio da manuale di divulgazione storica, che credo potrebbe piacere anche a chi ha un rapporto difficile con la Storia. Consigliatissimo.

Letture: Francesco Dei – La Guerra Russo-Giapponese 1904-1905

francesco_dei_guerra_russo_giapponeseLa guerra russo-giapponese appartiene a quella categoria di eventi che, pur risultando fondamentali per aver gettato le premesse degli accadimenti dei decenni successivi, vengono tenuti in poca o nulla considerazione. Primo conflitto moderno tra stati industrializzati, prima vittoria di una potenza asiatica su una nazione europea, la guerra ebbe conseguenze importanti per entrambi i contendenti: in Russia la sconfitta minò alla radice l’autorità di Nicola II, portando ad una prima fallimentare rivoluzione popolare, mentre in Giappone l’atteggiamento dei paesi occidentali durante le trattative di pace contribuì a generare una diffusa sensazione di delusione, se non addirittura di tradimento.

Francesco Dei (1975), laureato in Scienze politiche, appassionato di storia militare e specializzato in storia e cultura dell’Estremo Oriente, della Russia e dell’Europa slava, è una vecchia conoscenza su questo blog. In passato ho recensito il suo Storia Dei Samurai, mentre la sua monumentale opera in due volumi sulla guerra civile russa (La Rivoluzione Sotto Assedio) mi è stata utile per la realizzazione di post come quello sull’insurrezione di Kronstadt. Si tratta insomma di un autore di cui ho potuto apprezzare a più riprese le capacità ed è anche per questo che ho acquistato La Guerra Russo-Giapponese 1904-1905 non appena disponibile in libreria.

Ribattezzata dallo storico John Steinberg world war zero, il conflitto scoppiò per gli interessi contrapposti tra le due potenze in Manciuria e Corea. Sin dal decennio precedente, infatti, Tokyo aveva manifestato un certo interesse verso l’area — ne parlo qui — mentre Mosca aveva iniziato una lenta ma costante penetrazione nella regione, sia attraverso concessioni ferroviarie, come quelle relative alla Ferrovia della Manciuria settentrionale e alla sua diramazione che collegava la località strategica di Port Arthur, sia attraverso attività commerciali lungo il fiume Yalu, ancora oggi confine tra la Repubblica Popolare Cinese e la Corea del Nord. Ogni tentativo di negoziazione naufragò miseramente, dato che da parte russa i giapponesi erano visti come “piccoli uomini gialli” in tutto e per tutto inferiori a loro: un errore di valutazione dalle tragiche conseguenze.

L’autore dedica i capitoli di apertura proprio a sviscerare queste questioni e a presentare al lettore i due schieramenti. Oltre a passare in rassegna gli armamenti, con particolare attenzione a quelli navali, le strutture di comando e le forze impiegate nella guerra, vengono trattati anche i rispettivi piani bellici: se la Russia intendeva, almeno sulla carta, mantenere un contegno difensivo per rallentare l’avanzata nemica e far affluire rinforzi da altre zone del suo immenso territorio per ottenere una schiacciante superiorità numerica, il Giappone sapeva di poter contare su una quantità di risorse limitata puntando quindi sulla velocità e sul dominio dei mari per garantire il rifornimento delle truppe al fronte.

La descrizione delle operazioni militari è incredibilmente dettagliata, in alcuni casi forse addirittura in modo eccessivo, e provvidenziale è la presenza di numerose mappe. In questo modo il lettore non solo è in grado di raccapezzarsi tra nomi esotici, ma anche di collocare i vari fatti d’arma in una dimensione geografica e di comprendere meglio gli effetti delle azioni dei singoli reparti in battaglie che assumono una complessità del tutto nuova rispetto a quelle di qualche decennio prima. 

L’autore si sofferma a lungo anche sulle trattative di pace che si svolsero a Portsmouth nel New Hampshire sotto gli auspici del presidente americano Theodore Roosevelt. Entrambi i contendenti erano allo stremo, con il Giappone padrone del campo ma sull’orlo della bancarotta e con la Russia che, pur godendo della tanto agognata superiorità numerica, era percorsa da un impetuoso vento rivoluzionario. Il trattato di pace, firmato il 5 settembre 1905, fu una vittoria diplomatica della delegazione russa, guidata dall’energico ex ministro delle Finanze Witte, che riuscì a contenere i danni, mentre i nipponici tornarono a Tokyo carichi di una frustrazione simile a quella che dopo la Grande Guerra portò all’idea della “vittoria mutilata” in Italia.

La Guerra Russo-Giapponese 1904-1905 è a mio avviso un’opera completa e ricca di informazioni, frutto di un rigoroso lavoro di ricerca. L’autore si è infatti avvalso di una nutrita bibliografia che spazia da testi accademici più o meno recenti, fino alla memorialista russa e giapponese. Nel complesso ritengo si tratti di un libro godibile, forse un po’ ostico per chi non è abituato ai volumi di storia militare, ma l’abilità narrativa dell’autore riesce a smussarne le asperità. A questo punto non posso che aspettare con trepidazione il suo prossimo lavoro.

L’occupazione russa della Galizia (1914-1915)

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La Galizia, in rosso, all’interno dell’Impero austro-ungarico. Opera di Ludovic Lepeltier-Kutasi – Opera propria, CC BY-SA 4.0. Fonte Wikimedia Commons

Chi segue questo blog sa bene che la Galizia e la sua storia sono un po’ una mia fissazione e che periodicamente torno a parlarne. Ho scritto la bozza di questo articolo l’anno scorso, ben prima dell’invasione russa in Ucraina, con l’intenzione di pubblicarla come post di riserva durante il periodo di superlavoro autunnale. Alla luce di quanto accaduto — e di certe interpretazioni date — ho però deciso di ampliare il testo cercando di approfondire le tematiche del nazionalismo ucraino e del panslavismo russo. Non sono sicuro di esserci riuscito in così poco spazio: se l’argomento vi interessa e se volete ulteriori approfondimenti lasciatemi un feedback nei commenti oppure contattatemi sui social.

Estrema marca di confine della monarchia asburgica, spesso definito in modo dispregiativo Halb-Asien — mezza Asia — dai funzionari viennesi, il Regno di Galizia e Lodomiria comprendeva parti delle attuali Polonia sud-orientale ed Ucraina occidentale. In base a criteri etnolinguistici il suo territorio può essere separato in due parti, con il corso del fiume San a fare da “spartiacque”: una porzione occidentale, abitata da una maggioranza di lingua polacca, ed una orientale, abitata in prevalenza da Ruteni, con l’eccezione dei centri principali, come L’viv o Przemysl in cui era presente una forte aliquota di abitanti di origine ebraica e polacca.

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Tomba di Ivan Franko a L’viv. Foto dell’autore.

La maggior parte dei ruteni era composta da contadini analfabeti — o allevatori come nel caso degli hutsuli e di altri sottogruppi etnici dei Carpazi — che lavoravano le terre possedute dalla szlachta, la piccola nobiltà feudale polacca. Non rappresentati nell’organo di autogoverno galiziano, la Camera dei deputati della Polonia galiziana o Sejm, erano oggetto di vessazioni e sistematica discriminazione. A partire dal XIX secolo, anche grazie al lavoro di autori come Ivan Franko e Taras Ševčenko, parte del popolo ruteno fu oggetto di un processo di risveglio nazionale, reclamando maggiori diritti e tutele a livello linguistico e culturale. Inizialmente restie a concessioni di alcun tipo, le autorità asburgiche permisero l’insegnamento scolastico della lingua ucraina nella porzione orientale della Galizia a partire dal 1890. Una decisione presa non tanto per un impeto di liberalismo, quanto per cercare di contenere l’influsso del movimento panslavista finanziato dal vicino Impero russo, rappresentato dai cosiddetti russofili, che vedevano nella Russia una sorta di potenza tutrice per tutti i popoli slavi. Le prime elezioni a suffragio universale maschile del 1907 sancirono l’ingresso nel Sejm di cinque deputati russofili a fronte di ben venti afferenti all’area del nazionalismo ucraino.

Nonostante il risultato piuttosto netto, le autorità austro-ungariche continuarono a guardare i ruteni con crescente sospetto. Allo scoppio del primo conflitto mondiale la Galizia venne dichiarata zona militare, con il conseguente passaggio di poteri dall’amministrazione civile a quella militare: venne stilata una lista di personalità ritenute di simpatie russofile, che furono arrestate e trasferite in altre regioni dell’impero; molto spesso di trattava di accuse senza alcun fondamento. L’andamento della campagna galiziana, che sin dalle prime settimane si dimostrò catastrofica per le truppe di Vienna, gettò l’intera linea di comando nel panico. Questo ben presto degenerò in autentica paranoia: l’intera popolazione ucraina fu accusata di essere la quinta colonna dell’esercito zarista e non mancarono esecuzioni sommarie di presunte spie o addirittura trasferimenti forzati di interi villaggi.

Il 4 settembre 1914 L’viv fu raggiunta dalle avanguardie russe, mentre una settimana dopo all’esercito austriaco fu ordinato di ritirarsi lungo la linea del fiume San, abbandonando di fatto la Galizia orientale al nemico. Per poter comprendere meglio le politiche di occupazione è il caso di aprire una piccola parentesi per gettare uno sguardo sulla situazione politica nella Russia di Nicola II.

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Nicola II nel 1912. Fonte Wikipedia

Di forti tendenze autocratiche, lo zar era influenzato tanto dal pensiero panslavista di Nikolaj Danilevskij, quanto dalle teorie del movimento Pochvennichestvo. Se il primo credeva nella necessità di riunire il mondo slavo in una confederazione ortodossa con a capo la Russia, il secondo era un movimento conservatore, ferocemente antilluminista e anti occidentale, che si rifaceva al trinomio autocrazia, ortodossia, nazionalismo che si era formalizzato nella prima metà dell’Ottocento. Lo zar portò quindi avanti un programma di russificazione nelle gubernija abitate da nazionalità non russe, come la Polonia o l’Ucraina. Questo clima fu ulteriormente esasperato dal tentativo rivoluzionario del 1905, che portò alla nascita del movimento ultranazionalista delle Centurie Nere e di un diffuso sentimento antisemita, alimentato dalla pubblicazione dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion e dall’idea che dietro ai rivoluzionari si nascondessero gli ebrei.

Non deve quindi stupire se il nuovo governatore militare, il conte Georgij Brobinskij, il 23 settembre annunciò solennemente ai dignitari e ai membri del clero polacco il seguente programma di governo: la regione era da considerarsi parte della Russia poiché abitata da ucraini, cioè da “piccoli russi”, e in quanto tale sarebbe stata amministrata attraverso lingua, leggi e sistemi russi. Gli orologi furono regolati sull’ora di San Pietroburgo, mentre fu adottato il calendario giuliano all’epoca in uso nell’Impero russo. I negozianti furono costretti a riscrivere le proprie insegne utilizzando l’alfabeto cirillico, mentre nelle vie targhe russe andarono a sostituire quelle polacche. Si passò, quindi, alla neutralizzazione dell’intellighenzia ucraina.

Sin dal 4 settembre l’arcivescovo di L’viv Andrej Šeptyc’kyj, a capo della Chiesa greco-cattolica e di fatto simbolo della causa nazionale ucraina era stato arrestato e trasferito in Russia. Seguirono gli arresti e la deportazione di tutte quelle personalità — medici, avvocati, preti ed insegnanti — che in tempo di pace avevano animato la vita culturale della regione e non erano incappate nella repressione asburgica. In contemporanea le autorità russe imposero la chiusura delle biblioteche, dei circoli di lettura, dei giornali e di qualsiasi altra pubblicazione in lingua ucraina.

Il passo successivo riguardò il sistema scolastico. Furono organizzati corsi di russo per gli insegnanti che sarebbero stati impiegati nella nuova rete di scuole statali in fase di costituzione. Questa avrebbe sostituito le scuole di lingua rutena e polacca, ad eccezione di alcune scuole private a L’viv frequentate dall’élite polacca, a patto che il programma scolastico fosse autorizzato e che fossero impartite almeno cinque ore settimanali di russo.

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Andrej Šeptyc’kyj, arcivescovo di L’viv. Fonte Wikipedia

Vi era infine la questione religiosa, particolarmente spinosa in una regione ed in un’epoca in cui la fede era un tratto distintivo della propria identità ancora più forte della lingua. L’appartenenza alla chiesa greco-cattolica era infatti ciò che più distingueva gli ucraini dai polacchi cattolici e dai russi ortodossi: andare a colpirla avrebbe velocizzato e reso più efficace il programma di russificazione. Da parte russa vi erano tuttavia vedute diverse a proposito. Se Brobinskij aveva in mente una azione morbida da attuarsi sul lungo periodo, il clero ortodosso, rappresentato dall’arcivescovo di Volinia e Zhytomyr Evlogij, propendeva per un approccio più duro e risolutivo.

A partire da febbraio 1915 le pressioni di Evlogij su Brobinskij portarono il governatore ad approvare un decreto che permetteva l’invio di un pope ortodosso in tutte quelle comunità in cui il sacerdote greco-cattolico se ne era andato, anche se ciò era richiesto da una minoranza dei fedeli. Iniziò quindi una sistematica campagna di terrore ai danni del clero ucraino, con arresti e uccisioni. Si ricorse anche all’inganno, convincendo i contadini analfabeti che tra le due dottrine non vi erano differenza di sorta dato che i riti erano simili. Ciononostante di millenovecentosei parrocchie galiziane, soltanto un centinaio intraprese la strada della conversione.

Ancora peggio, se possibile, andò alla consistente popolazione ebraica che si ritrovò a dover fronteggiare l’atavico antisemitismo dei cosacchi e delle autorità zariste. Il primo pogrom si verificò già il 14 agosto a Brody, cittadina di confine famosa per aver dato i natali allo scrittore Joseph Roth. Il 27 settembre anche L’viv fu teatro di un altro pogrom, di proporzioni ancora maggiori, ma in linea generale l’avanzata russa fu costellata di eventi di questo tipo: circa quattrocentomila ebrei fuggirono verso le regioni interne dell’Austria-Ungheria per sfuggire alla violenza del nemico.

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Zone di residenza all’inizio nel Novecento. Maggiore la percentuale di popolazione ebraica, più scuro è il colore. Fonte Wikipedia

L’idea dei militari russi, dal comandante in capo dell’esercito granduca Nikolaj sino ai responsabili dei singoli reparti, era quella di ripulire la Galizia sospingendo la popolazione ebraica al seguito del nemico in ritirata. Nella loro ottica ciò avrebbe protetto le truppe da azioni di spionaggio e dal diffondersi di propaganda sovversiva, oltre a facilitare l’assimilazione della regione e della sua popolazione alla nazione russa. Non mancarono, tuttavia, tentativi di deportazione ad est, verso le Zone di residenza situate ai confini dell’Impero. Nonostante l’opposizione delle autorità centrali, che non volevano un incremento della popolazione ebraica, furono circa cinquantamila gli ebrei galiziani deportati in Russia, mentre al momento della liberazione della provincia, tra la primavera e l’estate 1915, un numero analogo era pronto a subire lo stesso destino.

Seppur limitata a circa un semestre, l’occupazione russa della Galizia sembra anticipare l’orrore che solo un quarto di secolo dopo bagnò di sangue le fertili pianure d’Ucraina. Da un lato la feroce persecuzione antisemita appare un tragico assaggio dell’Olocausto, dall’altro la negazione dell’esistenza di un popolo, di una lingua e di una cultura ucraine ricorda da vicino alcune delle giustificazioni addotte da Putin alla recente invasione.

 

BIBLIOGRAFIA

A. Watson, Il Grande Assedio Di Przemysl, Milano, Rizzoli, 2021 [leggi la recensione]

J. R. Schindler, Fall Of The Double Eagle: The Battle For Galicia And The Demise Of Austria-Hungary, Lincoln, Potomac Books, 2015

M. Rauchensteiner, Der Erste Weltkrieg Und Das Ende Der Habsburgermonarchie, Wien-Köln-Weimar, Böhlau Verlag, 2013

C. Mick, Lemberg, Lwów, L’viv 1914-1947: Violence And Ethnicity In A Contested City, West Lafayette, Purdue University Press, 2016

P. Bushkovitch, Breve storia della Russia. Dalle origini a Putin, Torino, Einaudi, 2013